Wayna Potosì

02-07-2017

Posted from La Paz Department, Bolivia.

Haski, Pietro e Paolo sulla vetta del Wayna Potosì a 6088 metri

Haski, Pietro e Paolo sulla vetta del Wayna Potosì a 6088 metri

Siamo quasi a 5900 metri, manca poco alla vetta. Ce la fai?”. Il sole ha appena fatto capolino all’orizzonte e il forte vento si é placato. Finalmente la cima del Wayna Potosì si staglia maestosa in fronte a noi.

Partiamo da La Paz nel primo pomeriggio, un’ora di auto ci divide dal Passo Zongo, 4900 metri. Lasceremo lí l’auto e saliremo a piedi i 400 metri di dislivello fino al Campo Base. La squadra promette bene, Silvia e Paolo i due amici recentemente arrivati dall’Italia, Pietro il muratore volontario di Huata, Linda ed io. A guidarci nella spedizione l’alpinista esperto padre Antonio e la guida di montagna di Peñas Haski.

Il Wayna Potosí, giovane Potosí in lingua Aymara, é la maestosa montagna che domina el Alto. Con i suoi 6088 metri é il giovane figlio dei piú alti Illampu e Illimani, padre e madre della Cordillera Real. La sua fama é dovuta alla relativa facilitá dell’ascesa. Circa nove ore dal Passo Zongo che diventano sei tutte su ghiacciaio se si spezza in due dormendo al campo base a 5300 metri. Molti turisti non necessariamente preparati tentano la scalata al Wayna affidandosi a agenzie specializzate a La Paz. Uno su due torna indietro arrendendosi alla fatica e alla proibitiva altura.

Lasciamo il campo base che sono le tre del mattino. Nessuno di noi é riuscito a dormire per l’altura e per il fortissimo vento che sbatteva tetto e pareti dell’improvvisato rifugio. Le stelle e la luna quasi piena ci rincuorano illuminando il bianco cammino sul ghiacciaio. Dobbiamo affondare con forza i ramponi nella neve per evitare che il vento ci spinga indietro, la corda ci assicura uno all’altro. La fatica si fa sentire da subito, l’ossigeno manca e il freddo taglia la pelle del viso. “Saranno -20 gradi” ci rincuora il Padre Antonio.

La salita non é tecnicamente impegnativa ma costante e a tratti molto ripida. Sotto di noi centinaia di metri di roccia e ghiaccio, in lontananza le luci della città de El Alto. Dopo quasi quattro ore il chiarore a Est annuncia che l’alba é vicina. Ci fermiamo per una breve pausa, una fastidiosa nausea mi attanaglia lo stomaco da un po’. “É la mancanza di ossigeno, non ti preoccupare”. Ripartiamo rapidamente, non possiamo fermarci a lungo con tanto freddo. L’ora successiva sarà una tortura, ogni metro piú faticoso e la nausa piú forte ad ogni passo. Fare fatica in altura richiede abitudine e una grande forza mentale. La mia di mente comincia e dubitare e sempre piú spesso mi trovo a chiedermi se ne vale la pena. La risposta arriva a 5850 metri slm, quando stremato cado in ginocchio e dichiaro la resa. Linda è anch’essa molto provata ma ne ha per ancora un po’, invano padre Antonio cerca di spronarmi. Forse solo una volta sono stato cosí stanco in vita mia, alla fine dei 210 km della famosa gara ciclistica su sterrato Eroica. Non riuscirei a salire i 200 metri di dislivello che mi separano dalla vetta e decidiamo di tornare indietro.

Non so se tenteremo la scalata al Wayna Potosì un’altra volta. Certo é che quei paesaggi di ghiaccio e roccia che si infilano fin dentro stelle mai cosí vicine, sono unici e bellissimi. L’unico modo per goderne è faticare per raggiugerli.